L’insostenibile
peso della perfezione
Descrizione
Cosa
significa, per una persona, avere una tendenza costante alla perfezione? Innanzi tutto vivere in una
dimensione in cui tutto deve essere sotto controllo ed in cui ogni cosa che viene agita non deve contemplare
errori. Quindi gli standard comportamentali devono essere molto elevati e, se
non raggiunti, ciò scatena un senso di frustrazione e di inadeguatezza. Gli
standard, inoltre, tendono ad essere portati sempre più in alto, con la
conseguenza di un forte investimento di energie ed una continua percezione di
trovarsi in uno stato di allerta continua. Infatti, chi aspira a raggiungere
sempre e comunque la perfezione vive in
un perenne stato di ansia, proprio perché si autoimpone di raggiungere qualcosa
che non è possibile ottenere e questa continua lotta interiore diventa un peso
che lo accompagna in ogni momento della sua vita. Allo stesso tempo, la
propensione ad essere sempre perfetti si intreccia con un senso del
dovere esasperato, che spinge ad agire
tutta una serie di azioni, non per scelta, ma perché “ si deve fare così”,
anche se questo comporta, spesso, andare contro la propria volontà ed i propri
bisogni che, in questo modo, vengono ad
essere disconosciuti e deprivati del loro valore. Se, per caso, un dovere viene
trasgredito, subentra il
senso di colpa
, che diventa un ulteriore peso da sopportare. Inoltre, il perfezionista non
accetta di compiere
errori, in
quanto sbagliare non è contemplato, perchè l’errore va ad intaccare lo schema impeccabile di
quella perfezione ideale, che è diventata ormai una prigione. Allo
stesso tempo il perfezionista non tollera le
critiche, che vive come un attacco “mortale” alla sua costruzione
mentale di assoluta perfezione. Tuttavia spesso è proprio il perfezionista che
critica gli altri, soprattutto quando, con i loro comportamenti, si discostano
dalla sua concezione di vita e si mostrano poco sensibili a quel senso del
dovere e del perseguire standard molto elevati che, per il perfezionista, è indiscutibile Ovviamente, chi tende continuamente ad un
modello di perfezione, non può permettersi di mostrare debolezze o fragilità,
in quanto non compatibili con l’immagine a cui si deve adeguare.
La perfezione non ammette sbavature.
Quindi, molto spesso, il perfezionista indossa una
maschera, che gli consente di affrontare la quotidianità e le
relazioni sociali con un’apparente sicurezza, ma che diventa un ulteriore fonte
di stress e di tensione.
Dalla descrizione appena fatta del perfezionista
risulta evidente come il suo vissuto sia connotato da stati d’animo come ansia,
tensione continua, investimento eccessivo di energie, oltre a senso di colpa e
di inadeguatezza, se non riesce nella realizzazione del suo modello di
perfezione. Nei casi più gravi, il perfezionismo può assumere anche forme
patologiche, come avviene per esempio nel disturbo ossessivo compulsivo, dove
l’esasperato senso del controllo diventa invalidante per la vita della persona.
Possibili
cause ed origini
Immaginate di avere dentro di voi un
contenitore, dove si vanno a depositare
tutti i messaggi che avete ricevuto a partire dalla vostra infanzia. Possono
essere messaggi di gratificazione e di riconoscimento, ma anche messaggi che
svalutano e fanno sentire inadeguati. Questi messaggi vengono inviati sia
verbalmente, sia attraverso i modelli di riferimento, che sono inizialmente
quelli familiari e, in seguito , quelli sperimentati nella vita sociale:
scuola, rete amicali ecc. Se i messaggi ricevuti sono, prevalentemente,
messaggi a carattere negativo e
reiterati spesso, tenderanno a
riemergere e ad uscire dal serbatoio, ogni volta che una determinata situazione,
a loro connessa, li richiamerà. Infatti, con il passare del tempo, le
convinzioni prodotte dai messaggi ricevuti, verranno interiorizzate e
diventeranno
automessaggi. In
pratica si verificherà una trasformazione che farà sì che, quanto recepito ,
sia verbalmente sia attraverso i modelli di riferimento, diventerà un vostro
pensiero, una vostra convinzione, che
porterà a comportamenti agiti in maniera automatica e, spesso, inconsapevole.
Nel caso del perfezionismo è probabile che i messaggi ricevuti nelle relazioni
primarie siano stati caratterizzati da forti aspettative da parte dei genitori,
da confronti operati con altre persone “ più brave”, da mancata gratificazione
per un successo conseguito. Per fare un esempio concreto, una delle tipiche
situazioni che possono determinare la tendenza al perfezionismo, può essere
quella di un figlio o una figlia che, tornati da scuola con un bel voto ( per
esempio un nove), ricevono dai genitori la risposta “ sì, però potevi prendere
anche dieci…”, oppure “ hai fatto soltanto il tuo dovere”. In questo modo il
successo ottenuto viene vanificato e sminuito
generando un meccanismo che porta a voler raggiungere standard di prestazioni
sempre più elevati, che comunque non saranno mai sufficienti. In genere chi
tende al perfezionismo ha sperimentato
modelli
familiari in cui anche i genitori ( o un genitore) non erano mai soddisfatti e tendevano ad
alzare sempre di più l’asticella delle loro prestazioni, in cui il senso del
dovere dominava ogni azione, in cui non erano contemplati errori o fragilità.
Insomma, uno schema molto rigido da cui era molto difficile svincolarsi. Se
poi, successivamente, la scuola o la rete sociale ha rinforzato questi atteggiamenti,
il perfezionismo è diventato una pesante
conseguenza inevitabile e difficile da contrastare. Infatti la persona che
tende continuamente alla perfezione vive in una dimensione di bianco e nero, in
cui non vi è posto per le sfumature. Ciò crea quel
circolo vizioso che porta a muoversi in una direzione unica, ovvero quella di ottenere
prestazioni ineccepibili ( perché la convinzione che governa questi comportamenti
è quella del “tutto o niente”) e, dal momento che la meta è irraggiungibile, provoca frustrazione ed ansia, oltre alla
creazione di aspettative verso se stessi sempre più elevate.
Possibili
strategie di cambiamento
Il punto di partenza e di arrivo, per poter
superare l’angoscia derivante dal perfezionismo è
l’accettazione di se stessi.
Di partenza perché è questa la convinzione ( “io mi voglio accettare”), che
deve spingere per modificare i comportamenti rigidi e controllanti/autocontrollanti
del perfezionista, di arrivo perché solo raggiungendo la piena accettazione di
se stessi, con difetti e pregi, è possibile accogliere la propria imperfezione.
Per poter fare questo è però necessario
rimettere in discussione le convinzioni
che giacciono nel contenitore interno, contestandole sia da un punto di vista
razionale, sia da un punto di vista di funzionalità. Anche qui può essere di
aiuto una esempio. Provate ad immaginare una persona cresciuta in una famiglia
dove il modello dominante era quello dell’ordine e della precisione esasperati,
in cui ogni oggetto doveva essere al suo posto, in cui niente si poteva rompere
o perdere, in cui l’ordine maniacale era un dovere. Da adulta questa persona
tenderà a ripetere lo schema interiorizzato ma, probabilmente, vivrà un
conflitto con se stessa perché, da un lato dovrà agire in base a quanto appreso
ed assorbito, altrimenti subentrerà il senso di colpa, dall’altro vivrà la
pesantezza di una situazione che non sceglie veramente e che le crea un perenne
stato di ansia ed insoddisfazione. In questo caso sarà utile stimolare la
persona a riflettere che, se un giorno non vi è tempo per mettere tutto in
ordine, non accadrà niente di catastrofico, perché non vi è nessun obbligo di
rispettare un ordine impeccabile, se non quello che lei stessa si autoimpone.
Ovviamente tutto ciò verrà ripetuto e ribadito più volte, perché, come già detto, gli automessaggi interiorizzati agiscono in automatico e, di
conseguenza, sono poco soggetti al controllo ed esercitano un forte potere.
Possono infetti diventare paralizzanti e dominare il perfezionista al punto
tale che, nonostante questi possa aver raggiunto un buon livello di
consapevolezza, non riesce ad agire diversamente rispetto agli schemi
introiettati.
Quindi,
mettere in discussione le convinzioni che stanno alla base del perfezionismo
diventa un lavoro indispensabile, per
arrivare al traguardo finale, ovvero l’accettazione di se stessi e della
propria imperfezione, che poi non è altro che il completamento di un percorso
che porta al raggiungimento di un buon livello di
autostima.
Concludendo, se non vi sono situazioni dove la
tendenza al perfezionismo è sfociata nella patologia, intraprendere
un percorso personalizzato sull’autostima
può essere una buona risposta alla tendenza al perfezionismo, in modo da poter
raggiungere l’obiettivo finale, ovvero quello di vivere
felicemente imperfetti.
Bibliografia
Maria Cristina Strocchi, “Autostima”, Edizioni San
Paolo, Milano 2022
Albert Ellis, “L’auototerapia relazionale emotiva”,
Erickson, Gardolo 1993
W.H. Missildine, “ Il bambino che sei stato”,
Erikson, Gardolo 1996
Dott.ssa Evita Raffaelli
Cell. 3493638465
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