Oggi è Sabato, 05 Aprile 2025 Pagina iniziale Relazioni violente e pericolose: l'acquisizione dell'autostma come strumento di prevenzione

Relazioni violente e pericolose:

l’acquisizione di autostima come strumento di prevenzione



                                            



Spesso pensiamo che avere un buon livello di autostima significhi essere bravi, non avere né paure né difetti, essere privi di incertezze e capaci di procedere nella vita senza dubbi e timori. Insomma essere immuni da quello che, invece, fa parte della natura umana, ovvero il dubbio, l'incertezza, la paura di sbagliare e, quella strettamente collegata agli errori commessi, cioè la paura del giudizio. In genere la persona con un basso livello di autostima tende alla sottovalutazione, ovvero a minimizzare le proprie qualità e ad ingigantire i propri difetti. E’ come se fosse “dotata” di una lente deformante che le impedisce di avere un’immagine di se stessa reale: vede e percepisce soltanto la parte negativa di sé.
Ma esiste anche un altro approccio difettoso rispetto a se stessi, che può sembrare un paradosso, ovvero vedere solo i propri pregi, senza riconoscersi limiti e difetti. Anche in questo caso si tratta di una percezione distorta del proprio sé , in quanto viene a mancare una visione integrata della propria persona e vengono negati aspetti che possono essere spiacevoli, che non approviamo e che non ci fanno sentire a nostro agio.
E’ come nascondere sotto il tappeto la nostra zona d’ombra e, alla fine, riconfermare quella paura del giudizio che sempre condiziona l’autostima e la capacità di volersi bene, insomma anche in questo caso, anche se in maniera diversa, siamo di fronte alla non accettazione di sé.
Accettare se stessi per come siamo, ovvero con difetti, ma anche pregi e potenzialità, è quindi la prima condizione, indispensabile, per poter acquisire un buon livello di autostima.
Più o meno intorno ai diciotto mesi il bambino compie una grande scoperta che, nel suo micro universo, ha una dimensione epocale : la scoperta dello specchio! Fino ad allora il bimbo ha avuto una percezione di se stesso che non corrispondeva alla realtà : infatti si vedeva come un tutt’uno con la mamma senza differenziazioni, come se fossero un’unica entità, senza confini ( infatti spesso se vede una bambola la indica come mamma!).
Ad un certo punto della sua evoluzione personale, appunto intorno ai diciotto mesi, il bambino, se posto davanti ad uno specchio, indica se stesso e si “ riconosce”, anche se ancora non possiede gli strumenti linguistici e cognitivi per definire quello che accade. Ma quello che sta accadendo è importantissimo: si pongono le basi, ancora inconsapevoli, per il percorso che porterà all’identità personale, passando, come primo step, appunto dal riconoscersi attraverso l’esperienza del vedersi allo specchio.

Possiamo affermare che il lavoro sulla propria autostima segue uno schema molto simile a quello appena descritto: la persona comincia ad assumere una percezione di sè non più deformata. Attraverso il proprio specchio immaginario vede se stessa, con i propri limiti, ma anche con le proprie potenzialità e, quindi, apre la strada per le proprie capacità di cambiamento. Perché non esiste possibilità di cambiamento senza l’accettazione di sé.
Spesso è più semplice vestire abiti non nostri, che magari ci stanno stretti o larghi o che, comunque, non corrispondono alla nostra identità. Abiti indossati come maschere, magari per accontentare, stupire, ricevere approvazione e consensi, ma che sono comunque illusori e non rispondenti alla realtà del nostro specchio originale e quindi estranei al nostro sentire.
La famosa favola dello scrittore danese Christian Andersen ,“ I vestiti nuovi dell’imperatore ”, può aiutarci ad evidenziare meglio ciò che accade quando il proprio sé viene vissuto in maniera falsata ed esibito in forma illusoria. La storia narra di un re molto vanitoso ( o insicuro?) che cerca di presentarsi ai propri sudditi con abiti sfarzosi e bellissimi, che colpiscano tutti e lo rendano il sovrano più ammirato ( bisogno di approvazione e riconoscimento a tutti i costi?). Cerca quindi in tutto il regno sarti espertissimi, ma non si accontenta mai. Alla fine vengono assoldati due sarti che, abili e scaltri, intuendo l’ambizione del sovrano, fanno finta di cucirgli abiti bellissimi e dai tessuti pregiati, mentre in realtà il re rimane praticamente nudo. Al re viene detto che solo gli sciocchi non riescono a vedere questi bellissimi vestiti e, quindi, quando lui si specchia, anche se si vede praticamente in mutande, non dice niente  (paura del giudizio?), ma anzi loda i due sarti e si prepara per sfilare in città in pompa magna. I sudditi, al corrente del fatto che solo gli sciocchi non vedono il vestito del re, si profondono in inchini ed apprezzamenti per il sovrano. Ad un certo punto però, l‘inganno viene svelato!
Un bambino, non condizionato ancora da paure e bisogno di approvazione “vede” ciò che in realtà è il sovrano e grida a gran voce a tutta la folla gaudente : “ll re è nudo!”. E’ la fine di un’illusione e la maschera cade.

Il processo di formazione dell’autostima è un percorso lungo e complesso che trae le proprie origini da come si sono evolute le relazioni primarie, in particolare quelle con il genitori e dal tipo di educazione ricevuta. La formazione di un buon livello di autostima in età adulta dipende quindi, facendo proprio questo approccio, da ciò che i genitori hanno accettato e rispettato nel percorso evolutivo del bambino e dalla modalità con cui sono stati stabiliti i limiti, indispensabili in un percorso educativo. Dipende inoltre dalla misura in cui hanno consentito l’agire autonomo del bambino e dal modo in cui hanno risposto ai suoi bisogni primari. Con questo non intendiamo abbracciare un approccio di causa/effetto, secondo il quale se non si sono avute buone relazioni nel contesto affettivo/ educativo primario, automaticamente avremo, in età adulta, uno scarso livello di autostima. Ciò contrasterebbe con la convinzione che ogni persona possa avere le possibilità, le capacità e le risorse per poter modificare la propria situazione personale e, quindi, operare i cambiamenti che le consentano di vivere meglio e in maggiore sintonia con e stessa. Ciò che è importante è valutare ed analizzare la propria storia personale, cercando di individuare i punti di maggiore fragilità, che possono dar luogo ad insicurezze e senso di inadeguatezza. In questo modo è possibile, sempre attraverso la presa di coscienza e la consapevolezza, lavorare sui propri limiti e cercare di superarli.

Abbiamo accennato alle risposte ( o non risposte) ai bisogni primari del bambino. Il bisogno è ciò che parte da noi stessi, una nostra esigenza a cui deve essere data soddisfazione. Esistono bisogni elementari, legati anche alla sopravvivenza ( bisogno di cibo, di sonno ecc.) e bisogni più complessi ma, non per questo, meno significativi.
Maslow ha raccolto e sistematizzato plasticamente i bisogni umani in una sorta di piramide in cui, partendo da quelli più essenziali, si arriva a bisogni più complessi, tra cui il bisogno di autostima e di autorealizzazione, che vengono inseriti ai vertici. Erickson ha elaborato una teoria di sviluppo evolutivo che si basa su vari stadi che, partendo dall’inizio della vita umana, abbracciano tutta la sua  evoluzione. Ogni stadio è contrassegnato da una serie di bisogni e l’evoluzione, in senso positivo, dipende dalla risposta che questi bisogni trovano nel contesto in cui si manifestano. Questa prima risposta ai bisogni del bambino è una palestra di vita che può consentire l’elaborazione della capacità di mediare ( riconoscere le diversità dell’altro e venirne a patti) e di acquisire fiducia. In linea generale i bisogni principali del bambino possono essere così riassunti: il bisogno di attenzione e gratificazione, che comporta la considerazione per quanto viene comunicato dal bambino, non sottovalutando le sue richieste e compiendo uno sforzo per penetrare nel suo universo mentale e nel suo linguaggio. Si tratta, quindi, di dare risposta al bisogno di ascolto presente in ciascuno di noi fin dalla nascita, in quanto l’ascolto è una delle componenti essenziali della comunicazione umana. Un ascolto che, per essere efficace, deve prevedere come assunto di base l’empatia (ovvero la capacità di mettersi nei panni dell’altro), ma anche il rispetto, l’attenzione, la considerazione per l’altro da sé e che, nel caso dei bambini, comporta uno sforzo aggiuntivo di decodifica dei messaggi inviati, proprio per lo scarto cognitivo e, di conseguenza, di utilizzo del linguaggio, che caratterizza il rapporto bambino/adulto. Anche la gratificazione riveste un ruolo molto importante perché rappresenta un premio per gli sforzi fatti e i risultati conseguiti. La risposta a questo bisogno si lega comunque al concetto di accettazione, che tanto peso avrà, in età adulta, per il raggiungimento di un buon livello di autostima. L’accettazione sarà, di conseguenza, un‘accettazione incondizionata, ovvero a prescindere dall’operato del bambino. Se, per esempio l’adulto si trova di fronte ad un insuccesso del bambino, il messaggio che dovrà passare sarà quello del “ ti voglio bene comunque”.
Quindi “ ti gratifico se sei stato bravo, ma ti voglio bene e ti accetto anche se non hai raggiunto il risultato prefisso”. Tutto ciò facilita, nel bambino, l’accettazione di se stesso e dei propri limiti, stimolandolo in maniera positiva al superamento di questi, senza tuttavia produrre un senso di svalutazione e impedendo che si sviluppi la percezione di inadeguatezza. Si tratta di trasmettere quell’ “amore incondizionato” la cui interiorizzazione sarà alla base della sicurezza affettiva in età adulta.
Anche il bisogno di sperimentare che, come abbiamo visto in precedenza, pone le basi per la futura autonomia ed autodeterminazione, deve ricevere una risposta adeguata, che si concretizza nel riuscire a coniugare il sostegno e la protezione (anch’essi bisogni fondamentali) con il rispetto della persona, senza invaderne lo spazio individuale, dando quindi risposta esaustiva al bisogno di libertà, presente in ciascuno di noi. Quindi una presenza dell’adulto discreta e sensibile, che aiuti senza sovrapporsi o sostituirsi. Tutto ciò, combinato con quell’amore incondizionato di cui abbiamo accennato in precedenza, pone le basi perché, da adulti, ci si possa consentire di sbagliare e commettere errori, senza per questo sentirsi degli incapaci o dei falliti. L’automessaggio che verrà formulato sarà, in questo caso,: "Nella mia esperienza di vita posso sbagliare, ma ciò non significa un fallimento assoluto. Sono in grado di rimediare e, comunque, ciò non mi comporterà la perdita dell’amore delle persone care”. E’ infatti dando una risposta adeguata al bisogno di fiducia che si facilita una visione positiva ed ottimistica della nostra esistenza, attivando e potenziando l’empowerment e le risorse personali e, di conseguenza, la capacità di mettersi in gioco e di gestire in autonomia la propria vita.

Altri fattori contribuiscono ad ostacolare la nostra autostima, spesso legati al contesto socio relazionale con cui interagiamo. Abbiamo già osservato come il giudizio degli altri abbia, già nelle prime fasi dello sviluppo psichico, un peso ed una ricaduta sulla percezione di sé e quanto possa contribuire, se espresso in forma negativa, ad accrescere il senso di inferiorità e di inadeguatezza. Il trovarsi a doversi confrontare con giudizi svalutanti, specie se espressi in maniera ripetitiva, contribuisce alla formazione del convincimento di non valere, di non essere capaci e, quindi, di meritarsi poco o niente. Il rapporto che si crea con gli altri è un rapporto di tipo speculare, in cui gli altri agiscono come una specie di specchio deformante, che rimanda l’immagine di una persona incapace di essere padrona delle proprie azioni e delle proprie scelte. L’interiorizzazione di questi messaggi di sfiducia, provenienti dall’esterno, fa sì che, ad un certo punto, diventiamo noi stessi i portatori di questa convinzione negativa e svalutante: passiamo dal messaggio “ Tu non vali” a quello, ancora più pericoloso e distruttivo, : “ Io non valgo”. Conseguentemente, nella costruzione delle relazioni, subentra il convincimento di meritare poco o, addirittura, niente. E’ da questo assunto : “io non mi merito”, che si sviluppa l’accettazione di rapporti spesso avvilenti, frustranti o, addirittura, potenzialmente pericolosi. In questo modo viene quindi a crearsi quel circolo vizioso per cui il giudizio negativo dell’altro non fa che confermare la scarsa opinione che abbiamo di noi stessi, rafforzandola in senso negativo. Quindi un processo circolare in cui vengono attivate e, purtroppo, spesso mantenute, relazioni che, non solo non sono gratificanti, ma che possono diventare estremamente distruttive. In questo caso posiamo dire di trovarci, in maniera particolare, di fronte ad una situazione che è , in contemporanea, causa ed effetto di una basso livello di autostima. Infatti questo produce relazioni che generano insoddisfazione e sofferenza e che, a loro volta , rafforzano il già presente senso di inadeguatezza ed inferiorità, trasformandosi in legami di tipo distruttivo, da cui è difficilissimo uscire. La conseguenza sarà quindi l’attivazione di rapporti interpersonali che si basano sulla sopraffazione e la mancanza di rispetto, in cui uno dei due attori riveste il ruolo down. Si tratta spesso di relazioni affettivamente connotate, quasi sempre relazioni di coppia, che vengono mantenute faticosamente e dolorosamente in vita anche se, sul piatto della bilancia, pesa molto di più l’insoddisfazione e la sofferenza, rispetto alla gratificazione personale. Uno dei casi più significativi ed estremi, anche se purtroppo tristemente diffusi, possiamo riscontrarlo nelle situazioni di maltrattamento ed abuso, in cui le donne si trovano spesso invischiate.
Non si abbandona né si recide il legame per tanti motivi oggettivi ( paura, mancanza di mezzi economici, vergogna, senso di colpa dovuto al fallimento del proprio progetto sentimentale e familiare), ma anche perché, nel costruire questa relazione, si è cercato nel partner qualcuno che rispondesse ad un bisogno di considerazione, affetto e fiducia, un tempo disatteso, ma che, nella realtà, ha rafforzato in maniera esponenziale il senso di inadeguatezza e di autosvalutazione.

Il Principe Azzurro della favola si è trasformato in un potente Barbablù, il castello dei sogni in una gabbia e la chiave per aprirla potrà essere cercata soltanto con un percorso di crescita e di recupero della fiducia nelle proprie capacità.

Bibliografia: 
Hans Christian Andersen,  " I vestiti nuovi dell'imperatore", Edizioni Feltrinelli
Abrahm Maslow,  "Motivazione e personalità", ed: Armando, Roma 1992
Eric Erickson,  " I cicli della vita", ed. Armando, Roma, 1999
Carlo Collodi,  " I racconti delle fate", traduzione della favola di Barbablù di Charles Perroult, ed. Paggi Firenze

Dott.ssa Evita Raffaelli
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Commenti

  • Noemi Parchini (1 mese fa) scrive:

    È fondamentale diffondere articoli riguardanti argomenti così importanti, e più che mai in questo periodo storico.

  • Gianluca Mariotti (1 mese fa) scrive:

    Spero vivamente che presto usciranno altri suoi articoli. Sono veramente illuminanti e fanno riflettere molto.

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